Ho 38 anni, sono un papà, un libero professionista e vivo a Palermo. Una città con cui, come credo molti palermitani, ho un rapporto di amore e odio.
Amo Palermo perché è impossibile non farlo. La amo per le cose più scontate: la sua bellezza, il mare, la luce, per tutte le meraviglie che sa offrirti girando un angolo anche quando pensi di conoscere già tutto. Allo stesso tempo faccio sempre più fatica a tollerare le sue contraddizioni. Palermo è una città straordinaria che sembra aver accettato di dover vivere al di sotto delle proprie possibilità.
Non parlo soltanto di amministrazione o di servizi. È una questione culturale, ambientale, del modo stesso in cui abbiamo imparato ad abitare la città e ad accettarla per quella che è.
Per molto tempo, probabilmente, l’ho fatto anch’io.
Poi col tempo ho realizzato che per cambiare la mia città, dovevo cambiare il mio atteggiamento e il mio modo di abitarla.
Perché ho deciso che la riforestazione urbana fosse un’esigenza
Viaggio abbastanza e ho iniziato a chiedermi perché alcune città mi piacessero più di altre. Non necessariamente le più belle, le più ricche. Semplicemente quelle in cui stavo meglio. Quelle in cui ho pensato “eppure qui io ci vivrei…”
Mi sono reso conto che erano città con molto verde e, soprattutto, con molto spazio destinato alle persone.
Città in cui puoi camminare. Dove un bambino può muoversi senza che ogni metro quadrato sia subordinato al passaggio o al parcheggio di un’automobile. Dove un anziano può fermarsi sotto un albero e sedersi per riposare. Dove chi ha difficoltà motorie non deve affrontare un percorso a ostacoli. Dove una piazza è prima di tutto una piazza, non un parcheggio.
Quando inizi a interiorizzare questa sensazione, a razionalizzarla, diventa difficile ignorarla. È come squarciare il velo.
Inevitabilmente ho cominciato a guardare Palermo con occhi diversi. Ugualmente arrabbiati, ma con un’idea diversa.
La contraddizione della città moderna
Viviamo nelle città perché dovrebbero offrirci delle opportunità maggiori rispetto alle zone agricole: servizi in maggior misura e maggiore accessibilità, relazioni, lavoro e opportunità, cultura, scuole, possibilità. Ma abbiamo costruito un modello urbano che, troppo spesso, trasforma il benessere in sopravvivenza. Rumore, traffico, inquinamento, cemento, temperature sempre più difficili da sopportare, pochissimo verde, spazi pubblici sacrificati alle automobili. Non ci sono più luoghi dove soffermarsi, non ci sono sono luoghi in cui la temperatura sia gradevole, non ci sono luoghi dove coltivare relazioni che non richiedano il pagamento di un biglietto o di una consumazione.
Dove sono finiti i luoghi di aggregazione libera?
Finisci per avere tutti gli svantaggi di una grande città, rinunciando senza quasi accorgertene a una parte importante dei suoi vantaggi. Ti adatti, ti abitui, smetti di razionalizzare la sofferenza e le sue cause e la consideri inevitabile.


L’opportunità di cambiare: Metropolitree
Primi giorni di Agosto del 2024. Dario Scalia, oggi presidente di Metropolitree, venne da me con un’idea. Ci conoscevamo già e avevamo collaborato in altre attività di volontariato. Mi raccontò che voleva creare un’associazione che si occupasse in maniera specifica di rigenerazione e riforestazione urbana.
Non semplicemente “piantare alberi” per salvare il mondo.
Voleva piantare alberi per salvare le città.
Questa distinzione per me è importante.
Piantare un albero è certamente una cosa positiva. Ma quello che mi interessava del progetto era l’idea di intervenire sulla città. Individuare uno spazio, studiarlo, capire come migliorarlo, riportare il verde dove serve, contribuire a ridurre le isole di calore e, attraverso gli alberi e la rigenerazione, restituire quello spazio alle persone.
L’albero come pretesto per riappropriarsi delle strade.
Dario non mi stava proponendo soltanto una buona intenzione. Aveva chiaro in mente un progetto e sapeva con chi voleva portarlo avanti.
Probabilmente c’entra anche il mio lavoro: sono abituato a ragionare per progetti, obiettivi, problemi da risolvere, persone da coinvolgere. Le idee mi entusiasmano, ma ho sempre bisogno di capire come possano diventare qualcosa di concreto. In quella proposta vidi fin dall’inizio questa possibilità.
E poi c’era una coincidenza difficile da ignorare. Da una parte continuavo a tornare dai miei viaggi chiedendomi perché altrove fosse possibile vivere la città in maniera diversa. Dall’altra qualcuno mi stava proponendo di provare, nel nostro piccolo, a fare qualcosa proprio qui.
A Palermo.
A quel punto dire di no sarebbe stato più difficile che rimboccarsi le maniche.

Il mio contributo a Metropolitree
Quando Dario mi propose Metropolitree non sapeva ancora come si sarebbe dovuta chiamare, come sarebbe dovuta apparire.
Il mio contributo più grande parte proprio da questo vuoto.
Il nome, l’identità, lo stile: ho potuto gestire il processo di ideazione dell’identità dell’associazione insieme ai primi soci fondatori, guidando i loro valori e le loro visioni verso un’unica direzione.
Il risultato è un nome che contiene già visione e obiettivi del gruppo.
Un’ associazione rende possibile ciò che da soli non potremmo fare
C’è un’espressione che usavo spesso e sulla quale oggi ho qualche dubbio: “nel nostro piccolo”.
Perché ho capito che quel piccolo cambia completamente dimensione quando tante persone decidono di mettersi insieme.
Nessuno di noi può cambiare Palermo da solo. Sarebbe presuntuoso pensarlo. Possiamo però occuparci di un’aiuola, di una strada, di una piazza, di uno spazio davanti a una scuola. Possiamo piantare alberi dove servono. Possiamo provare a convincere altre persone, anche solo un’altra persona, che togliere qualche metro alle automobili non significa togliere qualcosa alla città, ma restituirglielo.
Possiamo soprattutto smettere di considerare inevitabile quello che non ci piace.
Per me fare volontariato significa anche questo: ri-occuparsi della propria città. Nel senso più letterale possibile. Tornare a occuparne gli spazi, ma soprattutto tornare a occuparsi di ciò che normalmente consideriamo responsabilità di qualcun altro. Siamo così abituati a delegare “cose” all’amministrazione pubblica, che non ci rendiamo conto che nessuna amministrazione pubblica sarebbe in grado di sopperire alle mancanze di centinaia di migliaia di cittadini superficiali.
Agire in prima persona non vuol dire sostituire gli uffici comunali o fare il lavoro che spetterebbe ad altri. Vuol dire comprendere che ognuno ha un ruolo civico, agire significa adempiere a quel patto sociale che ci tiene dentro la stessa comunità.
Non credo che il volontariato debba sostituirsi alle istituzioni. Sarebbe un errore e alla lunga un alibi. Credo però che i cittadini possano contribuire a immaginare una città diversa, sperimentare possibilità, costruire comunità intorno ai luoghi e dimostrare concretamente che alcuni cambiamenti sono possibili.

Sono palermitano e sono papà
Quando hai un figlio il futuro smette di essere un concetto astratto. Cominci a pensarlo con una faccia, con un’età, con delle domande che prima o poi ti verranno fatte.
Cominci a visualizzare non solo che adulto sarà tuo figlio, ma in che ambiente si muoverà.
Così mi sono chiesto che Palermo avrei voluto lasciare a mia figlia.
Non sogno una città perfetta.
Penso a una Palermo in cui un bambino abbia più spazio per correre e meno automobili da evitare. Con più alberi sotto cui trovare riparo nelle giornate sempre più calde. Con piazze che tornino a essere luoghi in cui fermarsi e riunirsi con gli amici. Con quartieri nei quali il verde non sia considerato un elemento decorativo, ma una parte essenziale della qualità della vita.
Una città che non costringa continuamente le persone ad adattarsi alle bruttezze della città, ma che torni a essere progettata intorno alle persone.
Forse è questa, alla fine, la ragione più semplice per cui ho scelto di fondare Metropolitree insieme agli altri.
Perché amo Palermo abbastanza da non volermi limitare a lamentarmi delle cose che non funzionano.
E perché, quando penso a mia figlia e a tutti i bambini che cresceranno qui, vorrei poter dire di avere almeno provato a lasciare loro una città un po’ migliore di quella che abbiamo ricevuto noi.
Un albero, una strada, una piazza alla volta.
Nazareno Brancatello, socio fondatore
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